La dedica di questo libro è datata Stoccolma, 30 settembre 1693. Assieme al Cum gratia et privilegio S: Reg. Majestatis è più o meno tutto quello che riesco a leggere del trattato, se si eccettua anche il nome dell’autore: Diederich Porath.

E’ un manuale di scherma completamente scritto in svedese, con uno stile che pare molto francese. L’arma usata non è una spada da filo seicentesca, si avvicina di più ad uno spadino francese molto lungo. La guardia è nettamente da spadino, con il peso sulla gamba posteriore ma i piedi tenuti a distanza piuttosto ravvicinata. La stoccata è invece molto estesa in avanti e se non si porta con sè la mano a proteggere il corpo e il volto la lascia cader giù, anche più che in alcuni stili del ‘700 francese. Il che è buffo, invero, perchè a quanto ne so Liancour scrisse il proprio trattato sullo spadino giusto un anno prima, nel 1692… E quindi pare che gli svedesi abbiano rischiato di descrivere l’uso di quest’arma anche prima di quanto non fecero i ranocchi, popolo molto restio a mettere su carta la propria arte delle armi, almeno fino al 18mo secolo.

Tutto questo per dire che sette anni dopo Marcelli e 5 prima di Di Mazo in Svezia si guardava già alla Francia come punto di riferimento per la scherma, e proprio questi due autori segnarono il crepuscolo della nostra produzione di trattati. Il vuoto perdurò per 100 anni, un’eclisse totale di fronte allo strapotere dello spadino francese.
Strapotere trattatistico, per lo meno, perchè come sappiamo la spada italiana sopravvisse peculiare e dette ottima prova di sè anche ai tempi di Napoleone, quando gli ufficiali napoletani dimostrarono il loro valore in duello contro gli ufficiali francesi, pur usando tutt’altra arma e tutt’altro stile. Ma questa è un’altra storia.
Ho segnalato questo trattato svedese sia per la vicinanza cronologica che per quella “nazionale”. Le Regole della Scherma di Marcelli, infatti, sono dedicate a Cristina Alessandra di Svezia. Ma c’è un trucco, e il paese scandinavo c’entra molto poco: in quegli anni Cristina non era più regina da molto tempo, aveva abdicato dopo essersi convertita al cattolicesimo. Nel 1668 si era trasferita a Roma per la terza volta, nella città del nostro Francesco Antonio. A quanto pare l’erede della scuola dei Marcelli la conosceva in qualità di ricchissima mecenate delle arti. La stagionata ma sempre affascinante ex-regina potrebbe anche aver finanziato il progetto del mio trattato preferito, per quanto ne so: stampare un libro non era certo una spesa insignificante.
