Mentre mi riprendevo dalla pseudo influenza di questi giorni, ho esaminato attentamente il testo di Bondì di Mazo, cercando di riordinare per bene i suoi concetti in modo che la mia mente più abituata all’italiano dei giorni nostri potesse comprenderlo appieno. Di Mazo schermisce in modo un po’ diverso da Marcelli, come vedete dalla figura e dal testo. Ma saranno più le differenze o i punti di contatto? Difficile da giudicare.

Ma passiamo ad esaminare il testo tratto da La Spada Maestra:
La stoccata di quarta, che dimostra la seguente figura, è la prima botta, che di deve imparare per agiustar la vita, e farsi tutte le altre veloce, essendo questa, e la seguente di seconda i primi fondamenti della scherma. Prima dirò che da chi si sia si deve imparare le sudette due botte almeno, senza che si ponghi il petto da difesa per potersi avezzare al conoscimento della misura, perchè quello che insegna quando non ha il suddetto petto prende le botte pennate, e non fa far arco della spada nel farsi portar la botta, e così resta in giusta pianta, senza appoggio, e a pennata misura, che è dove può giungere la botta nè più, nè meno, e non sotto misura, spingere la detta botta si deve in un momento per il debole della spada del nemico con il forte senza ritirare il braccio, voltando nel camino di quarta meno un niente la spada, portando nell’istesso tempo il piede d’avanti avanti quanto si può allungare, e non più, tenendo fermo quello di dietro in terra conforme stà senza scorrere con esso nè alzarlo niente; restando il finimento del braccio della spada a retta linea del calcagno medemo [=medesimo], e il braccio sinistro in dietro al gallone, ma che non passi, perchè si venirebbe a fare spallata scoprire il petto, e a crollare con la vita, con la detta palma aperta di dentro si nelle stoccate come nelle imbroccate, che gli occhi sopravanzino dalla guardia della spada con il capo bene aggiustato acciò non possa esser offeso, e tutto ciò devesi fare in un tempo.
L’italiano è quasi come il nostro. Ma ho ritenuto che per comprendere meglio il testo mi fosse necessario riadattarlo ed interpretarlo. Vediamo cosa ho scoperto:
La stoccata di quarta, che dimostra la seguente figura, è la prima botta che si deve imparare per aggiustare la posizione, e per fare tutte le altre velocemente. Essa è assieme alla successiva di seconda il primo fondamento della scherma. Per prima cosa dirò che chiunque vi insegnasse a tirarla, da lui dovreste imparare a farla senza che inizialmente metta il petto da difesa, perchè così vi abituerete a riconoscere la misura.
Qui Bondì ci parla del “petto da difesa”. Un piastrone, insomma!
Questo perchè chi insegna quando non ha suddetto “petto” prenderà le botte a giusta misura (pennate), e non permetterà che inarchiate la vostra lama quando gliele tirate.
Da come l’ho interpretato io, qui si parla di colpire a misura perfetta, senza far inarcare una “smarra”, una spada da pratica senza punta nè filo. Del resto l’istruttore non desidera particolarmente essere dolorosamente colpito al petto un centinaio di volte a serata
. Quel “pennata” è un’espressione alquanto strana.
E così si resta nella giusta pianta e senza appoggio, e a misura perfetta, che è dove può giungere la botta, nè più, nè meno e non sotto misura.
Interessante: ovviamente se colpite appoggiate il peso del vostro corpo sul bersaglio. In una spada da allenamento, il peso viene assorbito dalla lama che si piega, nel caso di una lama vera, trapassate l’avversario. Con questo metodo restate “senza appoggio”, perchè colpite appena l’avversario restando a misura giusta. Più o meno come se tiraste le stoccate all’aria, insomma!
[Per tirare la botta] si deve spingere in un unico istante attraverso il debole della lama nemica con il proprio forte senza ritirare il braccio, voltando di quarta la spada durante il movimento,
Di quarta meno un niente -di quarta leggermente inclinata in terza? Direi di sì.
portando contemporaneamente in avanti il piede della sua lunghezza e non più.
Qui dice “quanto si può allungare, e non più”. Non credo che dica che ci si debba buttare in avanti quanto si riesce, sarebbe contrario ai suoi contemporanei. Io scelgo di interpretarlo con “avanzando il piede per la sua stessa lunghezza, e non più”, come in Marcelli Per la cronaca, il disegno coincide con la mia interpretazione, metro alla mano.
Il piede di dietro va tenuto fermo nella stessa posizione, senza scorrerlo in avanti nè alzarlo per nulla, restando il polso della mano che regge la spada in linea retta con il calcagno della stessa gamba,
Ovviamente qui si sta parlando di tenersi perfettamente profilati, con la punta del piede verso il nemico, e sulla stessa linea anche il ginocchio e la mano che regge la spada. Così la mano riesce anche a chiudere meglio la linea fuori dal corpo.
e il braccio sinistro va esteso indietro, sopra alla coscia ma facendo attenzione a non passarla, perchè questo torcerebbe la vita, la farebbe cadere in avanti scoprendo la linea di fuori.
Un possibile problema di un principiante è quello di buttare il braccio indietro con troppa violenza, tanto che supera la coscia posteriore e rovina l’allineamento del corpo.
Tenete la palma di questa mano aperta verso dentro, sia nelle stoccate come nelle imbroccate. E fate in modo che gli occhi siano appena sopra la coccia della spada, con il viso tenuto ben protetto da essa in modo che non possa essere offeso. E tutto ciò si deve fare in un solo tempo.
E’ qui è tutto chiaro.
E’ da far notare che Di Mazo non parla precisamente di quanto ci si debba chinare in avanti, ma dalle figure si evince che lo ritiene necessario. Come ben ricorderete, Marcelli lo sconsiglia vivamente. Come altro appunto, vorrei far notare due altre particolarità:
- Guardate bene la mano all’altezza della vita che si riscontra nella figura: non è un ghiribizzo artistico, ma la tecnica corretta che permette il recupero più veloce, ed evita di sconcertarvi troppo durante l’affondo.
- Guardate il ginocchio e la caviglia: anche qui non sono piegati per nulla, ma perfettamente ortogonali al suolo.
A voi scegliere se preferite questo metodo settentrionale o quello meridionale di Francesco Antonio Marcelli.
Questa mi è molto più familiare …